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Tutto è nato per amore di una gioventù troppo spesso sottovalutata e dimenticata.
È nato per amore della Scuola, oggi più che mai sottostimata, offesa, limitata.
E per tutti coloro che si sono sentiti almeno una volta, nella vita, materiale di scarto.


Una brevissima storia personale come premessa generalebook libro mini.(clicca)
 

Com’è nata l’idea del CITERÀ.

Grazie alla passionale richiesta di una cara amica di lasciarmi coinvolgere nei suoi riuscitissimi Centri Estivi, tornai un po' bambino e cominciai a rivedere me stesso a quell’età, ai problemi che avevo e alle cause che mi avevano messo sulla buona strada. Mi convinsi a partecipare prevalentemente come osservatore privilegiato. La nostra collaborazione risolse diversi problemi organizzativi e gestionali, ed in più mi stimolò nel cercare e mettere in pratica soluzioni che integravano nelle attività ludiche collegamenti ai programmi scolastici ed il sapere in generale. Individuai così una nuova strada in grado di tradurre la mia missione in proposte concrete, piacevoli ed economiche. Pensai infine che magari potevano essere utili anche alle scuole.

E qui subentrò la domanda: Come inserire il piacere del gioco nello studio delle materie didattiche?
Non avendo una specializzazione professionale in tal senso, né titoli accademici all’altezza della situazione, non potei fare altro che ricorrere alle mie esperienze formative e di spettacolo, a questo punto arricchite dall’esperienza dei Centri Estivi ed il rinverdito contatto con l’infanzia.
Ritenevo indispensabile usare la materia prima dei ragazzi, l’immaginazione, per esaltare la materia prima della scuola: il sapere; però serviva trovare una soluzione che facesse coincidere il più possibile le rigide esigenze del programma didattico alle richieste di gioco e coinvolgimento creativo dei ragazzi. Il tutto senza scadere nel mero agonismo personale tra secchioni o in formule che escludessero i soggetti considerati meno brillanti. Inoltre servivano soluzioni di approccio immediato e a basso, bassissimo, costo, sia in termini di risorse economiche che di impegno.

Credo si sia d’accordo tutti che se c’è una cosa di cui i bambini hanno bisogno di liberare e incanalare è l’immaginazione, per cui era giusto chiedere la loro collaborazione.
Sempre con l’aiuto della mia amica, ho avuto modo di chiedere ai bambini, cominciando dai nostri figli, di “Immaginare” la loro scuola ideale, ma senza insegnanti e senza altro personale scolastico, partendo dalla forma esterna della scuola, al contesto. Venne fuori un lunghissimo elenco, che talvolta non si discostava da un immagine statica e deprimente, e altre volte capace di rappresentare fantasie inaspettate.


L’edificio è stato visto come:
Un quadratone forato, una ciambella, una serie di cubetti sovrapposti e affiancati, un circo, delle tende e dei teli distesi al vento, un grosso serpente che si arrotola, un formicaio pieno di finestre, una torta a strati, uno stadio, una cupola trasparente, una matrioska, una sfera, un salsicciotto, una patata, una zucca forata, e via così. L’edificio era sempre coloratissimo e grande abbastanza da contenere tutti gli amici e i compagni di studio.

La loro scuola ideale era inserita:
In mezzo ai prati, in un bosco, sul mare, sulla luna, tra montagne e colline, infilata tra le case di una città con spazi per giocare e qualche piscina; galleggiante tra le nuvole, sottoterra, su enormi alberi, su di un isola vivente; oppure non aveva una sede precisa ma veniva da un mondo lontano e raccoglieva al volo i bambini casa per casa, sbucava dal suolo come un grande animale ed ingoiava gli alunni, li trasformava e poi li vomitava, un po' più intelligenti, nel pomeriggio, per tornarsene poi chissà dove.

Le proposte indicavano sostanzialmente una specie di parco giochi, dove passare piacevolmente le giornate.

Poi abbiamo chiesto di immaginarla CON gli insegnanti ed il resto del personale.

Le immagini della loro fantasia si sono ridotte. Gli edifici divenivano più semplici, più corrispondenti alla realtà, e la maggior parte dei bambini sembrava restia nel lasciar lavorare liberamente la fantasia.
L’intero personale scolastico, con rare eccezioni, non sembrava far parte della visione ideale dei bambini. Alcuni insegnanti erano disegnati sempre seri e arrabbiati, altri erano visti come immersi nei libri o tra fogli di carta, temi e compiti vari, dove spiccava il rosso di pessimi voti; altri erano tutti concentrati a parlare/litigare con i genitori o i colleghi o con la scolaresca; altri ancora si confondevano tra i bambini. Tutti i nostri giovanissimi intervistati percepivano la scuola reale come ‘avvelenata’ dalla presenza di adulti, sebbene, confrontandoci con loro, capivano perfettamente che non sarebbe stata una scuola senza gli insegnanti, il personale di segreteria e i bidelli. Ciò che invece gli riusciva difficile da comprendere era la cosa che noi adulti diamo per scontata: l’utilità immediata dello studio nella vita.
D’altro canto, quando un insegnamento si trincera nel ‘poi capirai’ è indiscutibilmente disorientante.

Ma non si poteva certo limitarsi alle utopie.
Ho chiesto, secondo loro, cosa si fa a scuola e cosa avrebbero voluto si facesse.

“Si sta in silenzio. Ma non mi va di stare sempre zitto.”
“Si sta con i compagni. Però certe volte mi danno fastidio.”
“Ci si rompe! Meglio giocare a calcio!”
“Si aspetta l’ora per tornare a casa alla plistascion.”
“Si impara a leggere, a scrivere, a fare i calcoli…. Perché non ‘ci imparano’ a guidare la macchina? (la moto, il computer di papà e mamma, sciare, pattinare, pilotare aerei….)”
“Si imparano cose che non sai ma poi non le sai lo stesso quando ti serve di ricordartele…”
“La scuola è scarsa!”
(domanda: perché secondo te è scarsa?)
“E’ scarsa! Per esempio ci fanno vedere la natura sui libri, no? Ma io la vedo meglio dalla tv! E c’è anche quello che racconta, perciò: a che serve studiare?”
E diverse altre risposte, alcune decisamente divertenti e altre inquietanti. Ma, approfondendo, la maggioranza ha risposto: “Vorrei giocare di più, ma dobbiamo studiare e fare i compiti.”

E qui la ricerca si congiunse al cuore del problema.
I ragazzi, come il bambino che c’era in me, desideravano che Studiare e Giocare fosse l’identica cosa. Studiai a fondo la questione, ma ogni soluzione presentava svariati problemi, primo tra tutti il pericolo di disperdere nel ludico il necessario rigore per il sapere e, a seguire, problemi connessi alla fattibilità di inserire il progetto nelle ore di attività didattiche, ai costi, agli spazi e al personale impegnato. In ogni caso le varie soluzioni prospettate richiedevano necessariamente una lunga preparazione, seguita da test e prove altrettanto estenuanti, ed una complessa presentazione. Serviva qualcosa di più semplice, indiscutibilmente rapida ed efficace da ogni punto di vista,

Come sempre accade, l’idea sbucò fuori inaspettata proprio quando avevo smesso di pensarci.
Una mia ex allieva mi invitò ad una serata per assistere ad una gara d’Improvvisazione Teatrale tra professionisti.
Conoscevo già il meccanismo, ma la serata si infilò nello stagno dei miei neuroni affaticati come una scossa elettrica che fece schizzare fuori le fate assopite delle idee. La soluzione era davanti ai miei occhi. Bastava organizzare una sfida a squadre, dove fantasia e sapere fossero le basi, aggiungere il necessario rigore di poche regole per dare un sapore sportivo alla questione con l’immediata soddisfazione di una vittoria, ed utilizzare il Programma Didattico come tema da affrontare durante le sfide. Ecco che l’idea si trasferì dal cervello alla bocca.
Ne parlai alla mia amica, Gabriella Graziani, che ne è stata la prima fanatica sostenitrice e promotrice, e nonostante l’idea fosse ancora imperfetta volle a tutti i costi che mettessi giù un progetto da proporre alle scuole, compreso un primo regolamento e l’organizzazione di una Finale Pubblica.

Qualche mese dopo, la prima edizione del CITERÀ vide la luce in quattro istituti per circa otto classi, approvata e finanziata sia dalla Provincia di Roma che dall’ex  III Municipio, con l’intento di sostenere ed allargare il progetto a tutte le scuole dell’area romana.
Da allora si sono succedute ben altre quattro edizioni, estese anche alle scuole medie, con una vasta partecipazione entusiastica, sia degli alunni che dell’intero corpo docente.
Tutti insieme, da me e Gabriella ai soci dell’associazione La Piazza e l’Aquilone, dagli artisti professionisti che hanno svolto il ruolo di ‘Allenatori’ nelle varie scuole, ai pochi amministratori pubblici che ci hanno aiutato, abbiamo messo a disposizione, spesso investendo di tasca nostra, tutta la passione ed il tempo necessari per perfezionare ed arricchire metodi, soluzioni ed idee del CITERÀ.

Oggi il progetto si è arricchito di molti strumenti, cominciando dal breve Manuale e da una serie di documenti che illustrano nel dettaglio metodi ed obiettivi, strategie ed esperienze, per finire ai Seminari di Formazione e Supporto. In particolare i Seminari per gli Insegnanti, concepiti per mettere in condizione un istituto di organizzare in totale autonomia il CITERÀ, sia nel singolo istituto che tra più istituti scolastici.

Il mio obiettivo, forse un po' troppo ambizioso, è di estendere questo divertente meccanismo a tutte le scuole. In questa ottica desidero fortemente condividere la mia esperienza, dove saranno bene accetti consigli e nuove idee ed il contributo creativo e organizzativo di tutti, al fine di rendere l’idea sempre più viva, condivisa e condivisibile.

La mia speranza, intesa come visione concreta delle potenzialità umane, è che chiunque si possa sentire parte indispensabile di progetti simili, nati forse da una persona ma che tutti insieme possiamo tramutarli in progetti collettivi, e contribuire così a migliorare la nostra vita e la vita degli altri.
In prima istanza dei giovani.

Carmine Ginnetti


Per ulteriori informazioni o richieste contattatemi direttamente da questo sito..

Categoria: Citerà
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