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Tutto è nato per amore di una gioventù troppo spesso sottovalutata e dimenticata.
È nato per amore della Scuola, oggi più che mai sottostimata, offesa, limitata.
E per tutti coloro che si sono sentiti, almeno una volta nella vita, materiale di scarto.


Una brevissima storia personale come premessa generale.

Ho cominciato questa splendida avventura come una sfida a ciò che si contrapponeva alla mia fede, secondo la quale in ogni singolo individuo si celano potenzialità infinite che aspettano solo l’occasione per emergere e manifestarsi. Ho ben presente cosa significhi il pregiudizio. La mia infanzia è stata caratterizzata da episodi di scarsa stima da parte di molti adulti, qualche volta persino in famiglia. E quando capitava che le mie risposte, i miei ragionamenti, le mie azioni, contraddicessero implacabilmente le loro idee su di me, preferivano pensare ad uno scimmiottamento, ad un’imitazione di qualcuno più intelligente o più grande. E come capita in questi casi, nel tempo ti convinci che hanno ragione.

A scuola non andava diversamente. Nonostante avessi momenti in cui stupivo la mia maestra di terza elementare con improvvisi exploit da secchione, lei insisteva nel considerarmi ‘Pigro, refrattario allo studio ed incapace di concentrarsi o di mettere a frutto quel poco d’intelligenza mostrata’. Anzi, secondo il suo implacabile giudizio, quelle occasioni erano le classiche eccezioni che confermavano la regola.

In effetti mi riusciva difficile applicarmi con costanza, vuoi perché non capivo l’utilità di mandare a memoria cose che non tornavano immediatamente utili nelle mie giornate da bambino randagio, vuoi perché, come scoprii anni dopo, avevo qualche problema di dislessia. Tuttavia la mia curiosità era vivace e sempre allerta. Le cose cambiarono l’anno successivo con l’arrivo di un insegnante con la vocazione di trasformare le cose noiose in utili esperimenti immediatamente applicabili: il maestro Rinaldi, ribattezzato O’ Sigaro dalla ghenga di scugnizzi della mia classe per l’abitudine di tenere tra le labbra un piccolo sigaro quando giungeva a scuola.

Il suo primo giorno fu memorabile. Richiamandosi al problema che affliggeva tutti noi, o quasi, e cioè la fame, ci offrì una pratica soluzione per calcolare dosi e porzioni di un piatto di maccheroni al sugo. Cominciando dalla quantità d’acqua nel relativo contenitore adatto e il tempo di cottura. Poi inserì tutte le variabili, tra ingredienti e porzioni, descrivendo con passione profumi e sapori e provocando in tutti noi un incontenibile languore. “Prufessò! Ce state facenno venire n’a cazzarola è famme!” Gridò il robusto e ruspante Polillo, seguito da un coro di risate, alle quali il maestro non evitò di aggregarsi. Poi ci chiese di calcolare alcuni imprevisti. “Se per quattro persone abbiamo calcolato di buttare in pentola 1 chilo di maccheroni, il cui numero è… diciamo 80, e si presenta un nostro parente con la moglie e i due figli e viene invitato a tavola, quanti maccheroni dobbiamo calcolare a testa?”, “10!” Gridò Gargiulo, il secchione. “No! 40!” Replicò pronto Polillo. Il maestro lo corresse: “10 è la risposta esatta.” E il Polillo: “Forse a casa vostra e a quella di Gargiulo! A casa mia buttiamo 4 chili pèr 8 persone, prufessò!” Di nuovo una risata generale. “La risposta esatta è sempre 10, ma il tuo calcolo è altrettanto esatto, per cui ti prenoto per un bel 7!”
Il mitico Polillo passava dal 2 fisso come da schedina, al 7! Proprio lui, pervicacemente negato per i calcoli scritti, figuriamoci per rapidissimi calcoli mnemonici, riuscì a stupirci e ad entusiasmarci. Pensammo tutti che se ce la faceva lui potevamo farcela noi.

Quello fu l’annuncio di un enorme cambiamento nella mia giovanissima mente. Il seme era stato inserito. Nei mesi successivi, grazie ai continui sforzi del maestro Rinaldi, cominciò a crescere dentro di me il convincimento che il Sapere era parte attiva nella vita di tutti i giorni, benché non fossi ancora in grado di coglierne completamente il significato.
 
L’anno successivo le vicende della mia famiglia mi allontanarono dalla scuola per il periodo scolastico, e quando vi tornai ci eravamo trasferiti. Dovetti così affrontare l’ostilità del nuovo ambiente e degli insegnanti con la tonaca e il vizio di elargire punizioni corporali e spirituali. Tanti i rosari recitati in ginocchio su chicchi di grano o, nel migliore dei casi, disteso a terra pancia in giù. Mi ribellai e cominciai a marinare la scuola. Prima che fosse troppo tardi fui trasferito in un’altra scuola, dove promisi d’impegnarmi. Era una scuola semi privata, scelta da molte famiglie con i figli irrimediabilmente refrattari allo studio, con un regolamento da caserma ed un intensa attività didattica, ma molto più umana della precedente. I miei parenti facevano colletta per pagare la retta. Non si aspettavano da me chissà quali risultati, confidavano sul fatto che una scuola a pagamento garantiva agli allievi la licenza elementare. Era vero ma in parte. Volenti o dolenti i ragazzi erano messi in condizione di produrre quel minimo sindacale che avrebbe dato il via libera alle licenze elementari. La giornata era lunga ed estenuante. Si entrava alle otto in punto del mattino e dopo mezz’ora di preghiere, quattro ore intensive in classe. Poi mezz’ora di pausa pranzo (portato da casa), una mezz'ora di svago e altre tre ore di attività didattica.

Non c’era un maestro Rinaldi o qualcuno che gli somigliasse, ma ebbi la fortuna di avere come maestra la signora Tedeschi, che magari non era tanto brava a trasformare le cose noiose in divertenti, ma credeva con forza nelle qualità intrinseche di ogni bambino e non smetteva mai di stimolarci ed esaltare il nostro personale valore. Procedeva con metodo, costanza, pazienza e severità, tuttavia sempre fornita del suo sereno sorriso. Spesso era divertente e si sforzava di rendere il nostro lavoro più gradevole.

Grazie a lei e al maestro Rinaldi, un bambino randagio trovò molti motivi di speranza e fiducia nei propri mezzi e nel prossimo. Il resto non fu come una bella favola dove il giovane protagonista proseguì felice e contento la sua ascesa. Ci furono altri momenti di sbandamento, qualcuno vicino alla perdizione. Tuttavia, quei semi avevano generato due piante robuste che affondavano sempre più le proprie radici, ed ai rami di quelle piante io mi ci aggrappavo con tutte le forze.

Ed eccomi in età adulta, impegnato nel partorire ogni volta soluzioni che mostrino inequivocabilmente che nessuno è inesorabilmente incapace, e che la fede in sé stessi può essere alimentata dal Sapere, come mezzo per migliorare fin da subito la propria vita. 


Carmine Ginnetti

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Categoria: Citerà
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